La decisione della Corte Europea attesa per la giornata di oggi non si è fatta attendere, è stato stabilito, che il grande G “non sarà obbligato a rimuovere i link a contenuti che alcuni utenti non vorrebbero più far vedere in nome del diritto all’oblio, fuori dall’Unione Europea.

Pertanto, Google dovrà consentire di esercitare il diritto all’oblio, “dimenticando” i risultati di ricerca “europei” ma restando visibili fuori dall’Unione Europea, e quindi la deindicizzazione non sarà a livello mondiale.

La disputa è nata dalla vicenda del caso francese:

“Nel 2015 il garante per la privacy francese ha stabilito che Google deve rimuovere i link non solo dalla “versione francese” del motore di ricerca ma la rimozione è da estendere a tutte le diramazioni del medesimo. La decisione della Commission nationale de l’informatique et des libertés (Cnil) ha fatto in qualche modo scuola, perché è stata recepita anche dall’autorità di regolamentazione della privacy tedesca.
A nulla sono valse le argomentazioni di Google, che ha proposto di non rendere visibili i link soltanto agli utenti che si collegano da uno qualsiasi dei paesi Ue, idea che la Cnil ha rimandato al mittente, sostenendo che una connessione Vpn avrebbe vanificato i requisiti del diritto all’oblio. Così si è arrivati alla multa che il garante francese ha comminato a BigG a marzo del 2016, una sanzione simbolica di 100mila euro che però ha sortito un effetto domino. Mountain View si è rivolta al tribunale amministrativo supremo francese e questo ha rinviato il caso alla Corte di giustizia europea.
Ed infatti, la pronuncia della Corte Europea, ha optato per una soluzione più “morbida”, limitando i confini della deindicizzazione globale, evitando al colosso Google , così lo svuotamento della propria memoria globale, quindi il precedente creato dal caso francese con la comminazione della sanzione di euro 100.000, per quanto “ simbolica” sia stata, non ha consentito di raggiungere l’ergastolo totale mondiale del grande G.
Si potrebbe giungere ad affermare che oggi abbia prevalso la supremazia di Google che, con la decisione della Corte Europea, assottiglia di fatto, il diritto all’oblio con precisi limiti geografici, quali appunto l’Unione Europea.
Le richieste di deindicizzazione ricevute da Google, stimate negli ultimi cinque anni, in oltre 850mila, hanno interessato link verso 3,3 milioni di siti, e il grande G ha deciso volta per volta in autonomia, cercando di rispettare al meglio le indicazioni della Corte (la maggior parte delle volte, molto vaghe e non precise sulla fattispecie in esame) e affrontando le numerose cause intentate da chi si è visto rifiutare la richiesta di rimozione. Quando Google rifiuta una richiesta di deindicizzazione, avviene spesso che gli interessati si mettano in contatto con i gestori dei siti chiedendo che provvedano loro a escludere i contenuti dai motori di ricerca, minacciando altrimenti cause legali.
Si è quindi verificato, nuovamente un’estensione delle precedenti pronunce della Corte di Giustizia, confermando come la rimozione dei link dalle pagine dei risultati dei motori di ricerca interessa unicamente le ricerche svolte in Europa. Questo significa che un risultato non visibile in un paese europeo può essere invece visibile al di fuori dell’Unione.
Google ha a disposizione diversi sistemi per determinare da dove si stia svolgendo la ricerca e su quale versione del suo motore di ricerca (google.it o google.com) e sulla base di queste informazioni fornisce una pagina dei risultati contenente o meno il link verso una pagina per la quale è prevalso il diritto all’oblio.
Diventa prevalente l’avversione manifestata da Google, che afferma che la deindicizzazione “globale” diverrebbe una limitazione immotivata per gli utenti non europei, manifestando più la propria contrarietà a questa evenienza, che costituirebbe una limitazione ingiustificata per tutti gli altri utenti non europei.